Don A Ziliotto - santodithiene

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Don A Ziliotto

Chiesa Santo

 
Don Angelo Ziliotto,
il primo Parroco, nel ricordo dei suoi parrocchiani.

Alcune  interviste sono state fatte dai ragazzi del grest nell'estate del  2009.
Chi è stato testimone di fatti particolari della vita di Don Angelo è pregato di farli conoscere.
Quelli più significativi verranno inseriti in questa pagina. Grazie

 
 

LE NOSTRE RADICI
Interviste fatte dai giovanissimi ad alcune persone sempre vissute nella parrocchia del Santo


Intervista a Giovanni Pasqualotto del 30 giugno 2009
Intervistatori: Teresa Marsetti, Giulio Todeschin, Mattia Lorandi, Sandro Soliman, Dino
GREST 2009 – Giovanissimi

Domanda: Come si lavorava ai suoi tempi?

Si andava a lavorare a Schio perché Schio era zona più industrializzata di Thiene, che invece aveva più zona commerciale, perché i signori di Thiene volevano che la città restasse bella anche senza fabbriche e senza inquinamenti. Si andava a lavorare a Schio in bicicletta. Si partiva alla mattina alle 5,30 per andare a lavorare alle 7,00 e negli anni 1940 il tempo non era clemente come adesso. Nevicava tante volte e non era come ora che dopo mezz’ora le strade vengono pulite con lo spazzaneve. Allora c’era molta disoccupazione e noi andavamo con i badili dalla stazione ferroviaria di Thiene fino al confine con Villaverla per togliere la neve. La situazione era diversa da come è in questo tempo. Per andare a lavorare si facevano sacrifici enormi. Dal 1945 andai a lavorare sotto i tedeschi perché loro offrivano lavoro a Thiene presso la ditta Frau. Le biciclette spesso al posto del copertone avevano una gomma per spillare il vino. Non c’erano copertoni o non si avevano i soldi per comperarli. Si andava al lavoro spesso a piedi. Dal ponte di ferro della ferrovia c’era il coprifuoco e da là si andava con la bicicletta per mano. Io lavoravo presso la grande Frau. La fabbrica era situata in zona Bosco. Si andava a piedi perché i tedeschi non accettavano che qualcuno si muovesse in bicicletta, perché poteva scappare. Questo è avvenuto dopo che hanno ucciso il farmacista Zanin. E fino alla fine della guerra hanno applicato il coprifuoco. Il lavoro non era facile come adesso, cari ragazzi. Si lavorava al sabato e alla festa. Ma tre quarti della popolazione era a casa disoccupata. Viveva con i proventi del piccolo campo di terra perché da noi non c’erano fabbriche e molti migravano in Australia o in America. A quel tempo c’erano Italiani che lavoravano in molte parti del mondo. Dopo la guerra si è investito anche nell’industria.

Quante ore lavorava al giorno?

Dieci ore di lavoro al giorno erano nella media e si lavoravano fino a 70 ore alla settimana perché si lavorava tutto il sabato fino alle 17,00  e la domenica mattina.

A che età ha incominciato a lavorare?

Ho incominciato a lavorare a 12 anni e senza libretto di lavoro e lavoravo vicino alla stazione di Thiene, dove fino a poco tempo fa Lerolin vendeva sedie, dai fratelli Vaccai. Mi dicevano, data la mia giovane età :”quando vedi una persona con la borsa vai fuori e salta la siepe” Così si faceva ma una volta mentre ero attento al tornio a fare macchine per lavorare la pasta, un uomo mi batte sulla spalla, mi domanda l’età e non credendo che io avessi 14 anni, fa pagare alla ditta l’infrazione. La ditta da quel momento va sempre peggio e non riesce più a pagare gli operai.

Qual è stato il lavoro più difficile da fare?

Il lavoro più difficile da fare è stato quando sono passato dalla ditta Vaccai alla Ditta Frau ed ho dovuto fare il cosiddetto “capolavoro” che consisteva in un opera al tornio impegnativa e innovativa. Feci la testa di una grossa centrifuga per il latte, dato che la ditta Frau era specializzata nella costruzione di macchine per il latte. Ho costruito una testa, che poi dato l’uso spinto e le troppe sollecitazioni a cui era sottoposta e al riscaldamento,  è scoppiata uccidendo l’ingegnere capo della ditta. Questo provocò la disfatta della Frau. La notte prima dello scoppio sono venuti a prendermi a casa alle 22 per ripassare la testa della centrifuga. Era un blocco di acciaio che si scaldava e aumentava di volume. Io sono tornato a casa all’una di notte. Il giorno dopo, la testa della centrifuga scoppiò. La testa era una parte importante ed era montata su una lanterna, che aveva 150 diaframmi che servivano per rompere il latte, che dalla mucca esce intero. Quando viene rotto acquista la facoltà di durare più a lungo senza deteriorarsi. Si rompevano i grassi e così si potevano togliere più facilmente per fare il burro.

Come ha trovato il lavoro?

Ci volevano anche una volta i “santoli” cioè persone che ti indirizzavano al momento giusto ma anche bisognava saper lavorare. Io sono stato fortunato perché avevo un fratello che essendo stato prigioniero durante la guerra, quando è tornato a casa gli hanno dato il posto alla Frau. Lui però volle andare a lavorare in Svizzera e così mi lasciò il posto.

Chi gli ha insegnato il mestiere?

Ho imparato nella prima ditta, da Vaccai, al tornio. Poi quando sono passato alla FLA che poi sarà la Frau ho incontrato un sergente dell’esercito tedesco, che vi lavorava,  ed era un artista che mi insegnò  il mestiere.

Come era il paesaggio del Santo e come erano i giovani?

Lampertico è ancora tale e quale. Solo il Santo è cambiato. Dove ora c’è la famiglia di Mario Saresin, partiva un sentiero (strozolo) di un metro di larghezza, dove passavano biciclette e piccoli carri. La prima pesca di beneficenza al Santo l’abbiamo organizzata con Rino Toniolo, avvalendosi di un triciclo per andare a raccogliere i regali, che le varie ditte ci facevano. Passando con il triciclo pieno di stoffe, siamo caduti nel fosso e abbiamo dovuto asciugare le tele per alcuni giorni. Rino Toniolo è stato per me come un genitore, mi ha trovata anche la fidanzata. Fu per me un uomo importante. Io abitavo a Lampertico ma vivevo al Santo. La mia casa era da don Angelo insieme con Salvino Soliman altri giovani. D’inverno si andava in canonica alla sera. Sembrava di andare in una ghiacciaia. Don Angelo Ziliotto aveva un paio di guanti senza dita che utilizzava per scaldarsi le mani. Noi andavamo nella zona dove c’era il caminetto, a destra entrando in canonica. Ci diceva sempre “ Cari i me tosi, cari i me tosi”e non sapeva cosa darci per tenerci con lui. Rino Toniolo era il secondo uomo importante del Santo dopo don Angelo. Aveva sempre una parola per i giovani e per gli adulti. Fu una figura importante per la parrocchia. Dove c’era una persona ammalata, lui andava a trovarla i gli portava conforto. Dove c’erano ragazzi che non frequentavano la catechesi parrocchiale, lui portava una parola di fede. Era buono e aiutava qualsiasi fosse nella necessità. La parrocchia era sostenuta da Rino Toniolo, da Silvino Soliman, da Cervo e da me. Per costruire la casa della dottrina siamo andati per tanto tempo a prendere i sassi nel Timonchio di Malo. Il trasporto veniva fatto con i mussi ( asini) e le vacche. Una mattina abbiamo trovato il pane fresco e il formaggio a colazione. Era stato don Angelo che a piedi (non usava la bicicletta) era andato fino a Molina di Malo per procurarci la colazione. Per noi fu una festa grande, che ancora ricordo.

Come viveva don Angelo?

Viveva nella povertà. Quando aveva qualcosa lo dava ai poveri. Aveva a cuore specialmente le persone di Lampertico. C’erano famiglie povere a Lampertico mentre al Santo c’erano poche famiglie con terreni di proprietà. Quindi la sua vita gravitava più a Lampertico. A Lampertico c’erano più operai, spesso disoccupati. Quindici giorni prima di morire dice a noi giovani:”Io muoio a Lampertico”. Noi gli chiediamo perché proprio a Lampertico e non sul suo letto. Ma lui insisteva: sarebbe morto a Lampertico. E la cosa avvenne proprio come lui aveva previsto. Durante il funerale della signora Fortuna, passando davanti alla casa del signor Carollo, quella scoppiata per il gas, è morto. Ci si è accorti che stava male perché mentre dava la benedizione incominciò a traballare. Io non fui presente alla sua morte. Questo fatto me l’hanno raccontato. (Testo non rivisto dall’autore)

Intervista del giugno 2009 ad Eugenio Santacatterina di anni 78
Via Lampertico Thiene.  Intervistatori: Giulio Todeschin; Dino

Lei signor Eugenio, quando incomincia a lavorare?
Incomincio a lavorare a quattordici anni, facendo il contadino e andando a zappare. Io aiutavo sempre i miei nel lavoro dei campi. Gia a sei anni aiutavo la mamma nell’orto, poiché mio padre era morto che io avevo due anni.
Andavo a rastrellare dietro ai grandi, e mi davano una colombetta alla settimana ( poche lire). Non pagavano me ma la davano alla mia mamma.
Dopo i quattordici anni lavoravo otto ore al giorno. Ho lavorato anche durante la guerra. Vicino a una sega a nastro, davo i pezzi in mano al capo. I rapporti con gli altri operai  erano buoni. Ci conoscevamo tutti fin da piccoli. Lavoravo da Malobbia.
Dopo la guerra Malobbia non riesce più ad avere lavoro. Allora passo presso la ditta Pavinato, a fare il fonditore di alluminio. L’alluminio fonde a temperature più basse rispetto al ferro che fonde a novecento gradi.
Ho trovato lavoro con facilità. In quel periodo cercavano operai per la fonderia e sono venuti a cercarmi a casa. Il mestiere veniva insegnato dal proprietario. Ho incominciato a fare gli stampi con la terra. Poco dopo, sono entrate nella ditta, le prime macchine a  pressofusione. Da quel momento il mio lavoro è cambiato. C’erano, anche in quel periodo, le ferie,  ma alle volte il proprietario ci invitava a lavorare anche qualche giorno in più per soddisfare la  richiesta del mercato. La vita in quel periodo, dopo la guerra mi sembrava più dura di ora. C’era meno lavoro, e chi non aveva dei campi, a volte soffriva la fame.

Com’era il paesaggio nei dintorni?
È molto cambiato: Da Ca Beregane a Pavinato non c’erano molte case. Dall’altra parte della strada le case erano quelle dei Trentin, dei Dalla Vecchia, dei  Zambon e deiRuaro (un’osteria)
Le scuole elementari sono state costruite nel 1956 e sono state benedette da don Angelo a settembre, qualche mese prima della sua morte. Poi iniziavano le case di Lampertico, dove ora abito, che prima erano adibite a magazzini per frumento e cereali in genere.
Mia nonna che oggi avrebbe centoquaranta anni mi diceva sempre di stare attenti alla strada che passava vicino alla mia casa per il pericolo di essere travolti da qualche carro trainato dai cavalli. Quella strada veniva detta “carrian” che significa “carro che va e viene”. Le coltivazioni erano simili a quelle attuali.
Durante la guerra esisteva anche il mercato nero. Ti chiedevano qualcosa in più del valore, per avere del sale o dell’olio di oliva. Il pane e la pasta ti venivano dati mostrando la tessera. Per molte famiglie la vita in quel periodo è stata particolarmente dura.
Ci sono stati anche oscuramenti per evitare di farsi individuare quando gli aerei americani venivano a bombardare la zona che era stata occupata dai tedeschi. Le zone in mano ai tedeschi erano illuminate a giorno. Vicino alla famiglia Bonora, e alla famiglia Pavinato c’erano delle mitragliatrici. Nelle scuole vecchie c’era il comando delle SS tedesche. Ho avuto paura, quando i tedeschi requisivano tutti i mezzi di trasporto che trovavano. Ho sempre temuto per la mia bicicletta. Da quando uccisero il podestà Dal Zotto  era difficile poter entrare a Thiene. Per farlo bisognava esibire un tesserino. Il controllo veniva fatto dai fascisti della decima mas.

L’alimentazione ?
A casa mia c’era sempre qualcosa da mangiare. Noi lavoravamo dei campi e avevamo la stalla e questo ci permetteva di avere sempre della carne. Con il latte di capra riuscivamo a fare il burro. Il latte di mucca invece lo portavamo alla latteria che ci dava in cambio anche del formaggio. Ricordo ancora la scarsità di zucchero. Il latte lo bevevo aggiungendoci un po’ di sale. Da quel tempo ho mantenuto l’usanza. Il dolce tipico era il bussolà. Per fare il buco centrale, dato che non c’era un contenitore adeguato, si usava un attrezzo che non bruciava in forno. I vestiti a nostra disposizione erano scarsi, ma puliti. Bisognava averne molta cura, e non giocare, se si era vestiti da festa.
Mi sono sposato a Villaverla e la scuola cantorum di quella parrocchia ha cantato la messa, facendomi un grandissimo dono.
Come ricorda don Angelo?
Mi è ancora ben presente nella memoria. Quando è giunto nel nostro paese, aveva circa quarantasette anni e veniva dal Dolo. La mia mamma diceva che era un bel uomo, scuro di carnagione. Io invece lo ricordo già brizzolato. Affabile con tutti, a tutti dava consigli e con tutti parlava. Nel caso mio, i suoi consigli erano anche più pressanti, perché essendo senza padre, mi invitava ad essere più obbediente alla mamma e di ascoltarla di più oltre ad essere più servizievole. Una volta che da chierichetto sono andato a mangiare da don Angelo e mi aspettavo di fare un pranzo lauto, mi sono visto mettere nel piatto, mezzo uovo e alcune foglie di insalata. Don Angelo era parsimonioso nel mangiare. Prima di lui in parrocchia erano venuti altri sacerdoti, ma poi se n’erano andati, perchè non c’era molto da mangiare. Don Angelo è rimasto a lungo perché era anche professore nel seminario minore, dove i giovani, si preparavano con lo studio, a diventare sacerdoti. Era professore di italiano alle medie. Conosceva anche la musica e mi ha insegnato a cantare in chiesa.
Il paese era piccolo e non c’erano tanti giovani che frequentavano la parrocchia. Alcune persone  di Lampertico erano un po’ di sinistra politicamente  e perciò alcuni giovani non frequentavano la chiesa.
Ha fatto di tutto per costruire l’asilo. Non c’erano soldi e le famiglie spesso erano a corto anche di cibo.
C’era un impresario edile importante della zona, un certo Crovato. Don Angelo è riuscito a farselo amico. Questo imprenditore, che era anche abbastanza ruvido con le persone, ha fornito la manodopera, e molto materiale per la costruzione della scuola materna.

Dove viveva Don Angelo?
Stava nella canonica verso mezzogiorno. Nel tempo restante, lo si poteva trovare in chiesa a pregare e a leggere. Stava per tanto tempo in chiesa. Faceva il giro per incontrare la gente del paese, due volte la settimana. Aveva una bicicletta nuova nel granaio, ma lui girava sempre a piedi.
Viveva in modo parco, senza tanti indumenti di ricambio, a volte si potevano vedere  le calze rotte. Però a me ha trasmesso una grande fede in Dio. Lui portava anche il cilicio per fare ulteriore penitenza.
Possedeva un carisma particolare, che ti convinceva e ti conquistava. Spesso sorrideva ai giovani ma nello stesso tempo aveva un carattere forte. Ricordo alcuni fatti.
Ero chierichetto durante i vespri del pomeriggio. Improvvisamente alcune persone si misero a parlare forte preoccupate per un temporale minaccioso, che stava per avvicinarsi. Don Angelo, quando ha sentito il vociare farsi sempre più forte, ha sospeso i vespri e ha incominciato a benedire verso l’alto. È uscito dalla chiesa e nonostante la grandine ha continuato a benedire le nubi. Lui non si è bagnato e la tempesta è cessata.
Un altro fatto si riferisce alle cassette per le elemosine, che erano poste in chiesa una a destra e una a sinistra, vicino agli altari laterali. Don Angelo vede uscire dalla chiesa un tipo con sottobraccio una cassetta delle elemosine. Senza scomporsi vedendo nelle vicinanze Toni Trocca (Carretta) che era un anziano che per stare in piedi si appoggiava alla bicicletta ed era sdentato, lo invita a rincorrere il ladro. Toni non sapeva cosa fare, era titubante, dato che l’altro, che stava portando via la cassetta, era più giovane e prestante. Si fida e lo rincorre. Nel frattempo don Angelo l’aveva già bloccato. Poco lontano, vicino ai  Tacca, poi Cervo , trova l’uomo e gli toglie la cassetta con le offerte e la riporta a don Angelo.
Un altro fatto si riferisce a delle persone, che erano andate nella vecchia osteria di Spillere e che durante la notte si erano messe a bestemmiare Dio. La camera da letto di Don Angelo, dava proprio sulla strada, dove questi individui stavano a discutere. Don Angelo stava probabilmente pregando e non gradiva che qualcuno bestemmiasse. Per questo li ha bloccati al loro posto. Alla mattina tre donne, che dai casoni erano venute alla messa prima delle sei, vedono questi individui fermi al bar. Erano rimasti in quel luogo per tutta la notte. Finita la messa, don Angelo chiede alle donne, che erano venute alla chiesa attraverso il sentiero che ora corrisponde a via della Pieve di ritornare per la stessa strada quella dei Caltranei (famiglia Dal Santo). Dovevano dire alle persone, che stavano fuori del bar, che potevano andare a casa. E così fanno, e questi ricevuto l’ordine, prendono le biciclette e se ne vanno via.Non abbiamo mai saputo chi fossero, anche perché don Angelo aveva imposto alle donne di non fare nomi con alcuno.
Un fatto personale riguarda l’allevamento dei bachi da seta. In molte famiglie era in uso  e di necessita, l’allevamento dei bachi da seta. Anche a casa mia si faceva questo allevamento,  che portava in famiglia qualche soldo in più, utile anche per pagare l’affitto di giugno. Nel periodo in cui i bachi da seta venivano posti nel granaio, a completare la loro metamorfosi, c’era il pericolo che i bruchi si indurissero e si sgretolassero come la calce.. Si diceva che andavano in “calcina”. In quell’anno molti di loro erano andati in calcina e l’allevamento sembrava distrutto. La mia nonna mi manda da don Angelo per chiedergli una benedizione. Don Angelo mi domanda se abbiamo messo il ginepro, che era una pianta odorosa che aveva il potere di perseverare in salute i bachi. Al che io rispondo in modo positivo. Allora mi dice di andare a casa tranquillo che qualcosa sarebbe successo. Da quel giorno i bachi sono ritornati  in salute, e hanno potuto concludere il loro ciclo e a formare i bozzoli della seta.
Un altro fatto riguarda le suore che erano venute nel primo asilo.
Erano di origine americana Avevano un pollaio per ricavare la carne per il loro sostentamento. Una domenica, don Angelo predica in chiesa  e dice che lui i ladri li conosceva e che la smettessero di andare a rubargli le galline. In quel periodo particolarmente difficile, qualcuno andava a rubare con troppa facilità. Anche quando si faceva il bucato grande, quello annuale si rischiava di non trovare più i panni distesi al sole. Alle volte portavano via anche la corda e i pali. In genere era gente del posto che rubava anche senza necessità

Don Angelo si faceva capire dalle persone?
Parlava al cuore, era convincente, era forte e le sue prediche erano incisive. Quando è morto, la gente diceva che era morto un santo. Ha avuto due funerali. La prima volta l’hanno portato a Dolo. Poi visto che nella fossa c’era troppa acqua, su consiglio anche di don Giovanni Rossin, che nel frattempo era venuto a celebrare in paese, sono riusciti a riportarlo indietro e l’hanno sepolto nel cimitero di Thiene. Don Angelo, è stato anche professore di don Giovanni Rossin.
L’impresario edile Crovato in punto di morte non voleva preti al suo capezzale se non Don Angelo. Era stato in grande amicizia con don Angelo e lo aveva aiutato a costruire la casa della dottrina cristiana, fornendo molto materiale, cemento e manodopera gratuita

Nei momenti di pericolo?
Durante il bombardamento del campo di aviazione la strada era piena di terra. Da Todeschin c’erano i fascisti e da Don Angelo i tedeschi. Don Angelo diceva a noi giovani:” Non stè parlare, non stè parlare perché i tedeschi sono cattivi” E lui doveva tenerseli in casa.

Intervista a Pierina Munaretto Soliman  7-07-2009 Via don Ziliotto

Intervistatori: Marsetti Teresa, Ilaria Bedin, Giulio Todeschin, Dino Rizzato
Età 79 anni. Mamma di due sacerdoti Paolini, Don Domenico e don Franco Soliman, e di Nadia Soliman, figlia molto legata alla mamma. Sposa di Silvino Soliman.

Quante ore lavorava?

Ho lavorato per venti anni in fabbrica. Per dieci anni ho lavorato nella produzione di maniglie e per dieci anni ho lavorato nel magazzino, addetta agli imballaggi.
Dopo la fusione e lo stampo le maniglie si pulivano, si smerigliavano. A sera eravamo nere in faccia per la polvere. Ci chiamavano i “musi unti “. Ho fatto dieci anni presso questo reparto lavorando otto- nove ore al giorno. Nel periodo in cui ero nel magazzino lavoravo anche dieci- dodici ore al giorno. Tornavo verso le dieci di sera. Sempre da sola,  con molta paura e con la corona del rosario in mano. Una sera, vicino all’hotel La Torre, ho visto due uomini fermi all’incrocio e con molta paura sono venuta avanti. Per fortuna erano due della polizia che stavano facendo un controllo. Arrivavo a casa sempre dopo le dieci di sera. Se arrivavo prima la mamma mi chiedeva se stessi male.

A che età è andata a lavorare?

A diciassette anni, prima ho frequentato un istituto professionale. Alla fine del corso, dopo aver pagato la tassa per avere il diploma, sono rimasta delusa. Il diploma lo sto ancora aspettando. Era tempo di guerra e tutto poteva succedere, anche che perdessero il diploma.

Come erano i rapporti con gli altri compagni di lavoro?

I rapporti erano buoni. Mi fermavo là a mangiare assieme a molti altri. Il datore di lavoro si comportava bene. A volte ci portava in gita. Con lui siamo andati anche a Riese Pio X. Quando ho avuto la prima figlia, la Nadia, sono andata a lavorare fino al sesto mese e poi un altro mese per insegnare il lavoro alla mia compagna, che mi avrebbe sostituito. Ma lavoravo restando comoda.

Come ha trovato il  lavoro?

Per mezzo dell’azione cattolica. Andavo ai ritiri spirituali, organizzati dalla diocesi. Durante uno di questi ho incontrato la sorella del mio futuro datore di lavoro, che mi ha proposto di andare a lavorare da lei. E così ho incominciato il lavoro che ho tenuto per venti anni.

C’erano tante donne che lavoravano?

In quel periodo molte erano le donne che andavano a lavorare. Essendo la ditta vicina a Zanè, c’erano circa metà degli abitanti di quel paese al lavoro, sia uomini che donne.  Gli uomini prendevano uno stipendio migliore rispetto a noi donne. Per essere assunti regolarmente bisognava fare un periodo di prova di qualche mese. Quando sono passata al magazzino, ho dovuto fare un periodo di prova molto lungo, quasi sei mesi, senza stipendio. Il mio datore di lavoro era Toni Marcante.

Avevate ferie?

Forse due giorni all’anno, il giorno dell’Assunta e il sedici agosto



È cambiato qualcosa nel paesaggio del Santo?

Nel tempo in cui ero giovane c’erano poche case, due o tre in tutto. Poi col passare del tempo le case sono aumentate fino alla edificazione delle case del Villaggio San Antonio.
Le strade erano strette. Allora il Santo contava novecento abitanti e le strade erano piene di ghiaia. Nei campi si coltivava come ora, mais, frumento e fieno. Le persone residenti al Santo erano poche, la maggioranza risiedeva a borgo Lampertico.
Noi lavoravamo in affitto la terra. La terra era avara, ma ci forniva quanto ci bastava per vivere. Ci è capitato anche che si bruciasse completamente la casa. Non si è salvato niente, se non una cassa di stracci, al posto della cassapanca con la dote della mamma. Per vestirci abbiamo dovuto andare a prendere i soldi in anticipo dalla latteria, cui portavamo il latte della nostra stalla. Tante buone persone ci hanno aiutato in quel difficile momento.

Ricorda qualche episodio di guerra?

Era verso Natale. Quella mattina alle nove quattro dei miei familiari erano andati a messa. Verso le dieci sono arrivati gli aerei con il loro caratteristico rumore, a bombardare il campo di aviazione che costeggiava la strada del Santo e partiva da Cà Beregane, fino al torrente Verlata di Villaverla.
Nel campo di aviazione durante la guerra c’era una officina per aerei tedeschi. C’era una strada  che da Rozzampia andava verso via Braglio. La strada veniva chiamata massicciata. I tedeschi non volevano lasciare agli  americani gli aerei e quindi hanno minato tutto il campo. Poi hanno avvisato che avrebbero fatto esplodere le mine. Io, in quel giorno ero andata a prendere, come al solito, acqua da un pozzo poco lontano da casa. E mentre trasportavo i secchi colmi di acqua, hanno fatto esplodere una mina. Sono stata spinta a terra dallo spostamento d’aria, i secchi sono volati via, i vetri della mia casa sono andati in frantumi e una scheggia di granata mi è passata vicino alla testa. Siamo scappati tutti a ripararci sotto gli archi della grande casa della corte del santo. Anche don Angelo era con noi e ci siamo messi a dire le preghiere. Siamo poi riusciti a capire quando facevano esplodere le altre mine. Si vedeva infatti poco prima dell’esplosione un filo di fumo che saliva in alto. Tante furono le schegge che ci raggiunsero. Molti di noi sono andati sfollati, perché a casa mia era stata piazzata una contraerea e c’era anche il comando tedesco. Davanti al muso delle bestie che erano in stalla è scoppiata anche una granata. Noi ci siamo dispersi in giro per le altre case ed avevamo molta paura. La trebbia stava lavorando  dietro alla casa della famiglia Antoniazzi. I tedeschi hanno anche ucciso una persona di Molina. Poi i tedeschi si sono rivolti verso di noi. I nostri giovani si sono nascosti in mezzo ai campi di mais e le case più lontane. Se li avessero presi, li avrebbero spediti in Germania e forse non sarebbero più tornati. Abbiamo passato dei brutti momenti e il ricordo è ancora vivo nella mia mente. In un’altra occasione i tedeschi sono venuti a prendere un uomo che abitava vicino a noi. Lo hanno caricato sul camion come fosse un sacco di patate.  

Alimentazione. Cosa mangiavate di solito e nelle festività?

Noi eravamo fortunati perché avendo dei campi e una stalla, potevamo mangiare un pò di tutto. Non avevamo soldi liquidi, ma avevamo la disponibilità del maiale e di qualche pollo.
Nei giorni di festa mangiavamo il manzo. Si aveva la pasta per ciascun giorno. La facevo anch’io. Mi ero specializzata nel fare i bigoli.

Come vi vestivate?

In casa, noi usavamo un cappotto in tre persone. Il bucato veniva fatto spesso e non come nelle grandi fattorie che facevano il bucato due volte l’anno. Quando si tornava a casa ci toglievamo subito l’abito della festa e ci mettevamo vestiti più usuali. C’era un proverbio che diceva: “ il vestito fa onore a chi lo rispetta.”
Noi andavamo da Rossi,  a Thiene, per comperarci il vestito. Prima però, la mamma, andava al mercato, a vendere i polli.

Come è stato il suo  matrimonio?

Ci siamo sposati al Santo. La cerimonia in chiesa è stata molto bella e c’era la presenza di don Angelo. Il pranzo si faceva in casa ed era abbondante. La mamma della sposa non partecipava al matrimonio. Infatti nella foto appare vestita con il vestito da casa.
Con Don Angelo partecipavamo molto all’azione cattolica. Il gruppo delle inscritte era molto numeroso.
Don Angelo viveva nella povertà più assoluta. Viveva in modo sobrio. Veniva aiutato dalla carità dei parrocchiani e dal quartese, una specie di colletta che gli veniva consegnata ogni anno da ciascuna famiglia che aveva dei terreni.
Con i ragazzi don Angelo era socievole e si comportava come un padre. In quel periodo la messa era in latino. A me piaceva molto e mi piace ancora ascoltare brani, cantati in latino.

Qualche ricordo di don Angelo.

Era molto alla buona. Quando andava a portare l’eucarestia agli ammalati e passava davanti alla mia casa, teneva sempre una mano sopra la teca. Noi al suo passaggio ci inginocchiavamo per terra e pregavamo. Al suo ritorno si fermava a parlare con le varie famiglie. Mi ricordo in particolare di un fatto. Quando nascevano i maialini, se la luna era calante, questi non camminavano. Allora la mia mamma mi mandava da don Angelo con qualche spicciolo perché benedisse un pò di farina. Don Angelo mi riceveva in sacrestia. Era sempre rintracciabile in quel posto. Mi chiedeva di inginocchiarmi e di pregare. Mi invitava a fare la mia offerta, all’altare di san Antonio, e di non ringraziarlo. Dopo, tornata a casa, la mia mamma preparava da mangiare per i maialini, usando la farina che prima era stata benedetta, e questi dopo aver mangiato,  mettevano a correre per la stalla. Erano guariti completamente. Tanta gente anche di Villaverla veniva da Don Angelo per ricevere la sua benedizione. Non bisognava poi dire grazie ma solo “ per carità”.
Quando tempestava i contadini dicevano:” Ma don Angelo dove sta? Perché non dà la benedizione?” Lui in realtà era sempre pronto a benedire le nubi perchè non portassero la tempesta, che in un batter d’occhio distruggeva il raccolto di un anno.
Ogni settimana andavamo a fare le pulizie in chiesa e nella casa di don Angelo. Noi potevamo entrare e uscire senza riguardo anche nel suo archivio. Le porte erano sempre aperte per chiunque. Non era attaccato ai beni di questo mondo e ce lo faceva capire. Ultimamente una donna gli portava uno scaldino da mettere accanto ai piedi per riscaldarlo durante le ore che passava in sacrestia. Uno scialle nero della sua  mamma, gli ricopriva le spalle.

Che ricordo ha di Rino Toniolo?
Lo ricordo bene; era una persona importante in parrocchia, che lavorava spesso con i giovani. A casa sua si preparavano anche i biglietti per le prime pesche di beneficenza che si facevano durante la festa di San Antonio. Abitava in Via del Zocco e poi a Lampertico. Era spesso malato. Teneva spesso i contatti con i giovani e le famiglie.
(Intervista non rivista dall’autrice)

Intervista a Giovanni Todeschin di 75 anni del 24-07-09
Intervistatori: Giulio Todeschin e Dino

Opportunità di lavoro quando era giovane, ai tempi di Don Angelo Ziliotto

Io lavoravo in casa. La mia famiglia era ben inserita nella comunità di Santo e godeva di benessere. In certi periodi dell’anno andavo in cerca anche di mano d’opera per completare i lavori dei campi. Gli operai in quel periodo prima e dopo la seconda guerra mondiale si trovavano con facilità. In quel periodo del dopoguerra tante famiglie del Santo e di Lampertico avevano a disposizione un po’ di terra , anche quelli che andavano a lavorare in fabbrica o nell’edilizia e con il campetto potevano allevare una mucca e il maiale. A Lampertico ci sono ancora delle piccole stalle che in parte sono state trasformate in abitazione dove abitavano piccoli imprenditori agricoli e specialmente operai. Noi invece avevamo una grande campagna, ed eravamo i secondi produttori di uva che veniva conferita alla cantina di Malo, con circa 450 quintali . Il costo per la produzione dell’uva spesso eguagliava il ricavo della vendita dell’uva stessa per cui c’erano da quel lato poche possibilità di guadagno. Da noi c’erano spesso lavoratori stagionali

Lavorare i campi: ieri e oggi
Si andava a scuola fino alla quinta elementare. Da piccoli si andava a portare al pascolo le mucche specie verso ottobre. Il campo di aviazione è costituito da novanta campi del comune di Thiene. . Questi campi venivano dati in affitto a piccoli proprietari che possedevano qualche mucca. Così io potevo incontrare ragazzi della mia età che venivano a pascolare la propria mucca nel campo di aviazione. Il comune di Thiene concedeva in affitto anche altri campi a reduci della seconda guerra mondiale.. Loro poi subaffittavano ai proprietari più grandi. Nel periodo del pascolo si formava una fila  di mucche che partiva da Lampertico e finiva al campo di aviazione. Io ho sempre avuto delle buone produzioni. Ho sempre fatto questo lavoro con passione. Da Bruxelles mi arrivavano sempre le normative europee. Ora in Europa sono spaventati perché l’agricoltura sta scomparendo. Questo anno si sono prodotti dodici quintali di frumento al posto di 28. Il frumento vale poco, tredici euro al quintale al posto di 19€.
Il mais ora è bello, ha bisogno di sostegno per chi lo produce. Oggi lentamente si sta rovinando l’agricoltura. Il latte stesso viene pagato a 26 centesimi e viene importato dall’estero a ventuno centesimi. In Europa la situazione è difficile. Gli agricoltori sono sul piede di guerra perché la situazione dei produttori di latte è diventata insostenibile. Chi guadagna oggi è il commerciante che vende il latte a un euro e trenta centesimi. Lo compera a ventuno centesimi. Questo  sta distruggendo l’agricoltura italiana. Bisognerebbe che il latte fosse pagato agli agricoltori almeno dai quaranta ai cinquanta centesimi. Anche il pane è cresciuto di prezzo ma il frumento non ha avuto analoga fortuna. Il pane costava 900 lire al Kg e il frumento veniva pagato a 36000 lire . Ora il pane costa seimila delle vecchie lire e il frumento viene pagato a quarantamila lire . il rapporto costo del pane, costo del frumento è saltato. I prezzi non sono più sotto controllo ma si sono formati i cartelli dei commercianti. Il consiglio sarebbe quello di fare in modo che l’industriale alimentare prendesse un po’ di meno per lasciare vivere in modo decoroso il produttore che altrimenti viene scacciato dal mondo del lavoro in quanto non riesce a mantenere la famiglia..

Ha visto dei cambiamenti nel mondo rurale e nella campagna intorno a Lei?

C’è stato un grande cambiamento. Prima intorno la chiesa c’era tutta campagna, anche nella zona industriale. La soia era sconosciuta. Si coltivava il frumento, mais, maggengo, cinquantino. Si lavorava con le mucche. Si partiva alle due di notte per arare i campi. Le mucche sono animali intelligenti. Una volta che hanno imparato a compiere un lavoro lo fanno bene. A volte sembra che abbiano un’intelligenza molto superiore. Alle nove di mattina si tornava a casa. Parlando e decidendo quando finire il lavoro, lo zio Gaetano conduceva il tiro delle mucche, io conducevo il cavallo che era posto davanti e mio padre teneva l’aratro. Quando mio padre e mio zio dicevano che sarebbero andati a casa, il cavallo e le mucche capivano e facevano l’ultimo giro a una velocità doppia rispetto agli altri e quando si arrivava alla strada non c’era verso di farle continuare; esse andavano dirette verso le stalle. L’agricoltore vede nascere la vita,è vicino alla vita che si sviluppa. Noi facevamo conoscere la vita dei campi anche ai ragazzi delle scuole medie che venivano in visita da noi.

Il periodo della guerra.

Qui da noi c’era il comando tedesco e questo era l’ultimo aeroporto tedesco. Gli aerei Thunderballs, erano aerei pesanti e con maggiore autonomia. Messerschmitt Bf 109 Hangar è uno dei più importanti aerei tedeschi della seconda guerra mondiale appartenente all'Aeronautica Militare Tedesca (Luftwaffe). Gli  aerei tedeschi avevano poca autonomia e quando arrivavano in prossimità dell’aeroporto erano costretti ad atterrare ed erano di facile bersaglio per gli aerei alleati. I piloti degli aerei tedeschi erano quasi tutti italiani dell’ Emilia Romagna. Venivano da mia madre e chiedevano un pezzo di lenzuolo. Ha dato a tutti camicie e stoffa bianca. Poi con questa partivano e piangevano. La stoffa bianca serviva loro per passare la frontiera aerea.

Giorno di festa.

Noi stavamo abbastanza bene e il cibo non mancava mai. Noi stessi davamo da mangiare a gente che passava per la nostra casa. Abbiamo dato da mangiare anche ad un ragazzo che è vissuto per qualche tempo da noi. Ci aiutavamo tanto tra compaesani. Il postino spesso si fermava da noi a mezzogiorno e mangiava con noi. Quella che era la tradizione alimentare della mia nonna è rimasta ancora viva fino ai nostri giorni. La biancheria veniva lavata spesso e le donne andavano a lavarla alla roggia. Mettevano i mastelli su di un carro e nella Verlata lavavano i panni.

Come ci si sposava?

Mi sono sposato a Novoledo. Dopo la cerimonia si andava nella propria chiesa e si riceveva la benedizione dal proprio Parroco. Questa tradizione è rimasta durante il periodo di Don Giovanni Rossin. In parrocchia si suonavano le campane. Lo sposo portava la sposa in parrocchia. Don Giovanni era persona aperta. Quando si compivano gli anni, don Giovanni faceva festa a tutti.
Il mio viaggio di nozze è stato speciale perché ho potuto andare in viaggio a Roma.. Ho visto la scala santa. Quello era il pontificato di Giovanni XXIII che ho potuto incontrare durante una udienza per l’intervento di un cardinale che ho conosciuto casualmente durante la mia permanenza a Roma.

Don Angelo

Io ero piccolo quando l’ho incontrato. Era un parroco pieno di carisma. Era conosciuto come parroco santo. Da lontano venivano a benedire il sale per le bestie . Viveva nella miseria. Io al lunedì sera andavo in canonica con altri cinque giovani e restavamo là a parlare fino alle undici con don Angelo. Lui spesso ci lasciva parlare e ci guardava. Alle volte si discuteva anche di problemi nostri e i discorsi si facevano profondi. Parlava di educazione cristiana ma anche dei problemi inerenti la nostra vita futura. Sono riuscito a venire a casa in licenza speciale per partecipare al funerale di Don Angelo.
Non ti stancavi mai di ascoltarlo. D’inverno portava dei guanti senza le dita. Aveva le dita piene di geloni. Io ho fatto il chierichetto fino a 15 anni. Lo accompagnavo nelle varie cerimonie religiose. Dovunque si andasse con Don Angelo, capivi che era un riferimento per tutti, che era importante per i consigli che dava. Quando andavamo nella chiesa di San Sebastiano di Villaverla per celebrare la messa, la gente era fuori in strada, data la grande devozione che avevano nei confronti di don Angelo. Era profondo e carismatico. Aveva influsso anche sulle persone di Villaverla. Dava consigli e risolveva problemi familiari. Andava a fare scuola al Barcon di Thiene. Non andava in bicicletta ma sempre a piedi. È stato importunato da due persone che volevano i suoi soldi. Lui non aveva soldi. Ha detto ai due giovanotti: ”Restate qua. Quando ritorno da scuola qualcosa vi darò.” Quando è tornato quei due erano ancora la. Non erano riusciti ad allontanarsi dal posto. Quando si andava per la benedizione delle case le persone si confidavano e chiedevano spesso consiglio.
Durante la seconda guerra don Angelo era informato su quello che poteva succedere intorno al campo anche da  mio padre che era un partigiano. Nella casa di Don Angelo c’era un comando dei fascisti di Salò che mantenevano l’ordine. (Intervista non rivista dall’autore)

Intervista a Dal Santo Francesco di anni 90
Giovedì 16-07-2009

Intervistatori: Todeschin Giulio, Berlaffa Veronica, Sudiero Mattia, Rizzato Dino.

Quando ha iniziato a lavorare?

Io da giovane facevo il contadino, non era difficile fare il lavoro e lo si imparava dai genitori. Altro lavoro lo si poteva fare nell’edilizia, ma non ti mettevano sempre in regola.
Altri andavano a fare gli operai in qualche fabbrica, ma erano pochi. Si incominciava a lavorare da molto giovani, quando non si avevano ancora  dodici o tredici anni. Per tanti anni ho lavorato nelle fornaci di Villaverla. Mi interessavo dei forni, non ad accendere il fuoco ma a infornare il materiale che doveva venire cotto e dopo una settimana lo toglievo dal forno e lo accatastavo nel cortile della fornace, pronto per essere caricato nei camion e portato nei cantieri edili.
Cominciavo a lavorare verso le cinque del mattino. I rapporti con gli altri compagni di lavoro erano buoni, ci si conosceva da piccoli e si poteva fare qualche parola.

Cosa serviva il campo di aviazione che era situato proprio sulla vostra terra?

Il campo di aviazione serviva ai tedeschi per nascondere degli aerei. Solo quelli di cartone erano messi in bella mostra. Quelli veri venivano mimetizzati bene. Un giorno, nella fase di atterraggio un aereo tedesco si è piantato per terra e capovolto. I due piloti sono morti sul colpo e inutili sono stati gli sforzi degli altri soldati per raddrizzare l’aereo. Si sentiva da lontano il loro ritmo cadenzato “OH dai” per rimetterlo in assetto. Tutto fu inutile. I due militari sono stati sepolti momentaneamente nella campagna di Dal Ferro, una grande azienda agricola.
In quel periodo qualcuno praticava anche il mercato nero ma in generale si riusciva a mangiare con regolarità anche perchè possedevamo dei campi e una stalla. Alle volte si tenevano nascosti ragazzi perché non venissero mandati in Germania o anche soldati tedeschi in fuga. In ritirata i soldati se ne andavano verso Thiene. Una volta sopra la cabina di un camion si era seduto un soldato con la faccia rivolta all’indietro. Non si è accorto dell’approssimarsi del Ponte di Ferro, sopra il quale passa la ferrovia. È stato sbalzato a terra dal ponte ed è morto all’istante decapitato. Anche dei partigiani si nascondevano. Alcuni erano persone oneste, altri erano solamente degli aproffittatori, che razziavano quello che i tedeschi avevano lasciato indietro. Anche un De Rossi è stato ucciso da partigiani.

Come viveva don Angelo?

Viveva con sua madre. Andava al seminario minore, il Barcon, a fare scuola. Partiva ogni mattina a piedi e faceva alcuni chilometri, pregando.
Viveva discretamente come si addiceva ai tempi. Era temuto come una persona santa. Benediva anche i bachi da seta  quando erano colpiti dalle formiche e da malattie. Don Angelo era stato sepolto a Dolo, ma poiché nel cimitero c’era acqua anche nelle tomba , siamo riusciti a riportarlo a Thiene, nella tomba dei sacerdoti.
Don Angelo ci teneva alla confessione. I ragazzi andavano a confessarsi ogni settimana.
Sapeva anche accogliere i giovani.
Portava anche il cilicio., una cintura con punte di ferro sulla pelle.. Quando si avvicinavano temporali minacciosi faceva suonare le campane e benediva le nubi.
Passava molto del suo tempo in chiesa. Portava anche i bambini delle elementari a pregare in chiesa. Riusciva a fermare anche le persone che andavano a rubare in chiesa. Ci consigliava di imparare a memoria il catechismo di Pio X.  Non aveva una gran voce per cantare. Don Piero Saccardo aveva una voce potente per il canto. ( testo non rivisto dall’autore)

Intervista a Dall’Igna Giuseppe (Pino)  del luglio 2009.
Intervistatore  Dino

Mi ricordo che una volta i miei genitori mi hanno mandato da Don Angelo per richiedere una benedizione per alcune mucche che si erano ammalate in modo abbastanza grave. Quando don Angelo mi vide disse:” Ti aspettavo” e benedì attraverso di me la mia stalla. Aveva anche molta fiducia nella provvidenza. Dopo alcuni giorni dalla benedizione impartita agli animali della mia stalla, poiché io sono andato a portargli in segno di riconoscenza un cotechino, sembrava che mi stesse aspettando. E me lo disse anche, che mi stava aspettando. Io rimasi allibito per la sua giusta previsione. La sua mamma mi disse che don Angelo mi stava aspettando. Infatti lei aveva messo l’acqua sul fuoco, la pentola stava per bollire e ci mancava solo il cotechino che io gli ho portato. Questo fatto mi è rimasto scolpito nella memoria e ancora oggi lo ricordo con stupore. ( Non rivista dall’autore)


DON GIULIO  ( dalla difesa del popolo del 6 marzo 2016)
Le comunità di Rozzampia e del Santo di Thiene non hanno dimenticato il loro parroco, don Giulio Ballan, nato al cielo all'età di 63 anni il 30 dicembre 2014, proprio nel cuore delle festività natalizie,
Lo scorso 30 dicembre a un anno esatto dalla sua morte improvvisa, è stato presentato nel corso di una lunga e intensa serata un piccole libro che servirà a tenerne viva la memoria attraverso le sue parole.       
Il libro "Don Giulio" - racconta Dino Rizzato, una delle persone che ha lavorato alla realizzazione del volume - rappresenta il suo pensiero che ci comunicava la domenica a messa o il martedì sera, durante la catechesi sulla parola di Dio. Metteva sempre in risalto la misericordia e la bontà del Signore, parlando anche dell'incontro che si fa con le persone che bussano alla nostra porta».
Il volume, distribuito ai parrocchiani del Santo e di Rozzampia, è stato spedito anche ai giovani, ai diaconi e ai preti che hanno ricevuto ospitalità nella canonica di don Giulio, provenienti da Messico, El Salvador e Colombia.
In ordine alfabetico, riepiloga i pensieri di don Giulio su abitazione, amore, battesimo fìno ad arrivare alla "R" di Resurrezione e alla "V" di Voce di Dio. «Scriveva tutte le sue omelie a mano -ricorda Rizzato - abbiamo cercato di mettere in evidenza in  questo lavoro di selezione le sue parole più importanti. Un insegnante di italiano, Luigi Salbego,  ci ha aiutato a curare la forma grammaticale, ma tutto è frutto del cuore di don Giulio. In questo modo vogliamo permettere a chi ha già sentito queste parole di rimeditarle e ripassare ancora una volta il vangelo con l'aiuto di don Giulio, ma anche  chi non l'ha mai conosciuto o aveva smesso di frequentare avrà così modo di venire a contatto con il suo pensiero».
Lo stile di don Giulio è semplice, ma punta dritto alla sostanza del messaggio cristiano. Le foto che lo ritraggono sorridente in montagna, emozionato con papa Francesco e in raccoglimento durante le celebrazioni eucaristiche, danno un ulteriore tocco di realtà alle sue parole, segno che sono il prodotto di un'autentica esperienza di fede. I passaggi sulla croce e sulla sofferenza, riletti in tempo di quaresima, sono una catechesi rinfrancante: «La croce è di scandalo quando ci tocca personalmente - scriveva don Giulio - ma è l'unica strada per portare la salvezza all'umanità».
«A volte pareva un po' burbero - lo ricorda Rizzato - ma era molto sensibile. Era una persona coerente e diretta, generosissimo con chi era in difficoltà, dai poveri del paese ai missionari lontani. Non si tirava mai indietro, anche a costo di rinunciare a qualcosa di suo».

 
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